sabato 20 aprile 2013

Saranno famosi - Daisuke Araki (prima parte)

Araki con l'uniforme del Waseda.
Durante il periodo trascorso al liceo, Daisuke Araki, lanciatore del Waseda Jitsugyō di Tōkyō, scatenò un vero e proprio terremoto mediatico che rimase negli annali del Kōshien col nome di Dai-chan fever. Come spesso succede nella vita a causa degli imperscrutabili scherzi del destino, nell'occasione a Daisuke venne concesso un posto al tavolo della celebrità per giocarsi le carte. Infatti, nel 1980, al primo anno di liceo, poco prima che iniziassero le eliminatorie del raggruppamento di Higashi Tōkyō (Tōkyō Est), Araki riuscì a conquistarsi un posto tra i panchinari in sostituzione di un esterno che fino ad allora non aveva reso secondo le aspettative.
Trascorse qualche giorno ed accadde un altro imprevisto: durante un'amichevole si infortunò l'asso Haga, il lanciatore titolare del terzo anno. La matricola Daisuke, nonostante la giovane età, aveva già dimostrato al coach di possedere un braccio notevole ed ottenne dunque una chanche inconcepibile fino a pochi giorni prima. Una mano assolutamente da non sprecare ma allo stesso tempo difficile da gestire, poiché poteva bruciarlo anzitempo. Evidentemente il ragazzino sapeva il fatto suo e riuscì ad imporre la sua legge sul tavolo. Al momento di salire sul mound, Araki non si fece prendere dal panico e trascinò la sua squadra alla vittoria. Il fato, da parte sua, sembrava aver ricamato ad arte i tempi del suo debutto esplosivo. Il cammino verso la finale, un traguardo quasi obbligatorio per una scuola famosa come il Waseda, si rivelò come al solito un percorso minato. Tra l'altro, dopo due partecipazioni consecutive, l'anno precedente il Waseda aveva fallito la qualificazione al Kōshien e l'ambiente premeva per tornarci il prima possibile. Fatto sta che qualche settimana dopo la squadra vinse le eliminatorie regionali del proprio raggruppamento, sconfiggendo prima i rivali storici del Teikyō per 4 a 0 e poi, in finale, il Nimatsu Gakusha Daifuzoku per 10 a 4. Pur essendo un rookie, Araki si ritrovò dunque al Kōshien di agosto con indosso la casacca numero uno di lanciatore titolare senza quasi nemmeno rendersene conto.


Araki durante le eliminatorie
del 1980.
Va detto che a Tōkyō gli istituti superiori sono suddivisi in tre categorie: le kyōgōkō, scuole specializzate in modo particolare nel baseball, dove studiare non è un assillo e la precedenza va al Kōshien; poi vengono le shingakukō, scuole specializzate a preparare gli studenti agli esami universitari, sul modello del Waseda, dove lo studio ha la precedenza su tutto; infine le toristu kōkō, i licei metropolitani, cioè istituti normali dove lo studente può dedicarsi allo studio e allo sport senza nessun assillo, ma pure senza nessuna illusione. Iscriversi ad un liceo che rientra nelle prime due categorie può significare prestigio ed un futuro assicurato nei rispettivi campi, ma d'altra parte bisogna mettere in conto parecchia fatica e dosi quotidiane di stress. Questa disparità di livello sottintende pure che nei primi due o tre turni delle eliminatorie, in caso di incrocio tra scuole appartenenti alla prima categoria e scuole normali, le partite non abbiano praticamente storia. Sebbene non rientri nella prima categoria, a quei tempi la squadra di baseball del Waseda, complice la storica tradizione della scuola sul diamante, aveva l'obbligo di arrivare perlomeno agli ottavi di qualsiasi competizione ufficiale a cui partecipasse. Le vere sfide per le casacche marchiate enjiiro (rosso cupo) cominciarono da quel momento.

Il Waseda negli anni Quaranta.
Avevamo lasciato Araki alla vigilia del suo primo Kōshien estivo. Per il Waseda, ma soprattutto per lui, agosto 1980 si rivelò un mezzo trionfo. Lo testimoniarono due semplici dati: cinque vittorie su sei incontri, dei quali quattro conclusi con un kanpū (shut-out, praticamente un cappotto), cioè lasciando i rivali di turno a zero. Ben 44 inning senza concedere punti ai battitori avversari. Ciliegina sulla torta per un giovane liceale patito di baseball, fu l'ingresso alla finale più desiderata. Ma il destino, che fino a quel momento l'aveva tanto favorito, decise di rimandare i suoi successi sportivi. Infatti, ad attenderlo in quella partita c'era Takeshi Aikō, il lanciatore dello Yokohama, che contenne i battitori del Waseda e condusse la sua scuola al successo per 6-4. Araki e i suoi compagni si fermarono ad un passo dalla gloria. Poco male, avrà pensato lui, visto che gli restava ancora un patrimonio di due anni scolastici per raggiungere il top.


Akina Nakamori, Seiko Matsuda e Nahoko Kawai.
Quella che invece si rivelò incontrollabile fu la Dai-chan fever, un virus che si diffuse su scala nazionale e colpì in particolar modo le ragazze. Sulle tribune del Kōshien, torme di studentesse  acconciate come Nahoko Kawai, Seiko Matsuda o Akina Nakamori, le idol più in voga di quegli anni, persero letteralmente la testa per Araki. Complici la notorietà improvvisa, gli ottimi risultati e soprattutto un viso coi lineamenti giusti, il bel Daisuke riscosse un'incredibile popolarità tra il pubblico femminile, al punto che, all'uscita dallo stadio, l'autobus che riportava la squadra all'hotel veniva puntualmente bloccato da una folla di ragazzine urlanti.

I risultati di quell'estate 1980:
Waseda Jitsugyō – Hokuyō (Ōsaka) 6-0
Waseda Jitsugyō – Higashi Uji (Kyōto) 9-1
Waseda Jitsugyō – Sapporo Shō (Minami Hokkaidō) 2-0
Waseda Jitsugyō – Kōnan (Okinawa) 3-0
Waseda Jitsugyo – Seta Kōgyō (Shiga) 8-0
Yokohama (Kanagawa) – Waseda Jitsugyō 6-4

Il Waseda dopo la finale del 1980.
La medaglia d'argento poteva sembrare una magra consolazione, ma per una matricola con altri due anni davanti era già un'ottima base di partenza. Come se non bastasse, nel 1980, Daisuke arrivò al primo posto nel ranking dei nomi assegnati ai neonati. Pure una certa signora Matsuzaka di Aomori, grandissima fan di Araki, non si sottrasse a quella moda e scelse il nome Daisuke per il suo piccolo nato il 13 settembre 1980, una ventina di giorni dopo la conclusione del Kōshien. Daisuke Matsuzaka, i soliti scherzi del destino, si dirà. Eppure fu proprio così. E viste le prodezze del figlio in MLB coi Boston Red Sox, si può dire che alla signora Matsuzaka quella volta andò davvero di lusso!
(continua)


    1 commento:

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