venerdì 1 gennaio 2010

Scuola e baseball - Foto racconto del Kōshien

Quando ad agosto si accomodano sulle tribune del Kōshien, sia lo spettatore esterno disinteressato che la persona priva di legami emotivi o culturali con le squadre scese sul diamante, assistono ad una sfida sportiva senza che l'evento procuri loro delle particolari emozioni, se non quelle che si provano guardando una qualsiasi partita di baseball. Ma per il vero tifoso e l'addetto ai lavori è un altro paio di maniche. Tutte le fasi che stanno a monte di quella partita ed i loro interpreti, persone fondamentali, spesso invisibili, che agiscono dietro le quinte, compongono un preciso percorso culturale riscontrabile solo nella società scolastica giapponese. Proverò dunque a narrare visivamente questo percorso aiutandomi con alcune immagini significative catturate dal web. Focalizzata una scuola fittizia, inserirò degli attori immaginari che si muoveranno sul loro palcoscenico. Si parte dai primi giorni di giugno, periodo chiave della preparazione durante il quale comincia a farsi sentire l'adrenalina, e si terminerà ai primi di agosto, alla vigilia del clou allo stadio Kōshien. Chissà che tramite questo diario virtuale l'osservatore non riesca a cogliere degli elementi sportivi ancora sconosciuti. Chissà che alcune immagini reali non riescano a fargli tornare in mente magari le tavole intraviste in qualche manga, facendogli intuire lo stato d'animo di questi personaggi in quel magico contesto.


GIUGNO



Il periodo: giugno.
Dal punto di vista atmosferico la freschezza della brezza primaverile è ormai un bel ricordo e spesso l'aria è intrisa di umidità. I primi nuvoloni estivi, candidi ed imponenti, si adagiano sull'orizzonte, ben marcati su uno sfondo azzurro. Qualche assaggio di vero caldo investe le campagne e le città giapponesi, anche se l'aria è ancora priva di quell'insopportabile afa che opprime le estati giapponesi. Al club ormai le matricole sono state intruppate ed il coach ha cominciato a farsi un'idea del materiale che ha a disposizione. Per i ragazzi del baseball il primo caldo sottintende principalmente l'approssimarsi del periodo che conta. In altre parole, l'inizio del ritiro preparatorio in vista del torneo eliminatorio di luglio che qualifica al palcoscenico dei loro sogni. In soldoni significa anche tanta fatica, dosi supplementari di allenamento e litri di sudore da versare per amore della causa.


Il luogo: il campetto della scuola.
Ecco il ground adiacente alla scuola che ospiterà gli allenamenti dei giovani in cerca di gloria. Il primo caldo l'ha reso secco ed arido e solo degli sparuti ciuffi di erba verde rompono la monotonia giallastra e marrone del campo. Tuttavia nel giro di qualche settimana ci penserà la stagione delle piogge ad attutire la polvere e a riequilibrare le cose.


Spesso il ground si sovrappone al campo da calcio o a quello da rugby. Per questo motivo i club devono organizzare dei turni settimanali per poter completare a dovere la preparazione e soprattutto per poter disputare le tradizionali partitelle in famiglia senza intralciare l'attività del vicino.


I personaggi: la squadra.
Una volta arruolati i nuovi iscritti, ecco che arriva il momento della rituale foto di gruppo che fissa volti vecchie e nuovi del club rinnovato. La foto ufficiale verrà scattata solo quando il coach avrà deciso i diciotto titolari e sarà riservata ai più bravi o ai più fortunati. Per ora nessun indizio apparente di jōge kankei (relazioni sempai-kōhai), tutti insieme appassionatamente, facce sorridenti, uniformi immacolate e tanti, tanti sogni nel cassetto.




I personaggi: le manager.
Sono studentesse appassionate di baseball che si mettono a disposizione della squadra e della causa del baseball liceale. Il termine differisce dalla concezione americana di manager sportivo, in pratica del coach padre-padrone della squadra. Nel baseball liceale giapponese, di norma la manager è una studentessa patita di baseball, una specie di assistente fuori campo che si occupa spesso dell'aspetto logistico della squadra. In altre parole è colei che si adopera in modo che gli atleti possano allenarsi nelle migliori condizioni possibili. Inoltre la manager ricopre anche il ruolo di scorer, cioè della persona in grado di tramutare in dati qualunque fase di gioco dell'intera partita di baseball, inserendo in un apposito book tutte le azioni di gioco, i cambi, i punti fatti, le battute, i lanci e così via. Un'utilissima mole di informazioni dalla quale il coach potrà attingere a piene mani per analizzare al meglio le caratteristiche dei propri ragazzi.


Aprile non è solo il mese dei rookies. E' anche quello che segna l'ingresso delle nuove manager nel club. Le studentesse del primo anno si presentano una ad una e salutano la squadra, sotto gli sguardi sorridenti (compiaciuti?) dei sempai .


Normalmente le manager sono una o due, ma nei club importanti e in quelli corposi possono arrivare anche a quattro o cinque. Sono organizzate da una sempai del terzo anno che da le direttive alle altre e dispensa consigli alle ultime arrivate.


In pratica si tratta di ragazze volenterose ed infaticabili che stanno in perenne attesa di occuparsi dei bisogni sportivi degli atleti. Ergo, sfacchinare senza un attimo di sosta. Resta sottinteso che quello di manager rimane un ruolo piuttosto ambito dalle ragazze considerate attive e spesso ad aprile il club si trova costretto a respingere la domanda di parecchie candidate.


La loro mansione principale consiste nel sistemare borsoni, mazze, ceste e palline, insomma tutti gli arnesi del mestiere considerati leggeri... quelli pesanti, invece, spettano ai rookies.


Decine e decine di palline bianche che a fine giornata vanno raccolte tra la polvere del ground (talvolta anche all'esterno del complesso scolastico) e controllate rigorosamente una ad una...


...quindi vanno ripulite dal terriccio, dalle ammaccature della mazza e, quando serve, vanno pure ricucite.


Le manager di solito se ne stanno a bordo campo e controllano ogni cosa, la controllano di nuovo e poi la ricontrollano ancora. Nel mentre aspettano un cenno del coach , la chiamata di un ragazzo assetato o di qualche altro atleta che necessita di assistenza...


...ed intanto che aspettano, magari sistemano a bordo campo le scarpette da jogging dei titolari nel caso in cui il coach decida di effettuare una corsa defatigante.


Quando inizia il ritiro, le manager si occupano di preparare tutto il necessario per dissetare i ragazzi in debito di liquidi e per medicarli in caso di leggero infortunio. Quindi rimettono a posto le attrezzature leggere, lavano le stoviglie, ripuliscono le uniformi...


...e soprattutto si occupano di preparare abbondanti porzioni di riso per gli spuntini durante le pause degli allenamenti...


...e perché no, soprattutto in quei club con un numero limitato di iscritti, capita pure che le manager partecipino in modo attivo agli allenamenti.


Inoltre, come già accennato sopra, nei ritagli di tempo, davvero pochi, le manager si occupano anche di redigere i preziosi score book con le statistiche registrate durante gli incontri amichevoli ed ufficiali della squadra. In pratica sono dei veri e propri angeli custodi del ground!


Ma nonostante tutta la loro dedizione, fino a qualche anno fa, in caso di qualificazione al Kōshien, alle ragazze era vietato l'accesso in panchina durante la manifestazione d'agosto. La manager poteva sedersi in panchina fino alla finale delle eliminatorie, ma non oltre. Poi la Federazione decise giustamente, anche se con un certo ritardo, di modificare i ferrei regolamenti maschilisti del baseball liceale. La foto è in un certo modo storica e risale all'agosto 1996: ritrae Yukako Mii, del Tōchiku Gakuen di Fukuoka, la prima manager a potersi sedere su una panchina del Kōshien. Prima di allora era un privilegio riservato solo al coach, al buchō (il responsabile scolastico del club) e ovviamente ai diciotto giocatori della rosa, tra i quali veniva scelto uno scorer per compilare il book delle statistiche di gioco.


Da una decina di anni a questa parte, invece, vedere in TV una manager aggregata alla squadra al Kōshien è diventata una normale consuetudine. Ma ciò che conta è che la Federazione abbia riconosciuto i sacrosanti diritti delle ragazze all'interno del club e abbia concesso anche a loro di vivere in prima persona il sogno del Kōshien.


GIUGNO

I moderni sistemi educativi gli richiederebbero adeguate doti umane, psicologiche, metodologiche, tecniche, strategiche, tattiche, organizzative e chissà quant'altro. Ma all'interno del club il coach rappresenta la legge e difficilmente è disposto ad ascoltare i pareri che gli provengono dall'esterno. Nessuno può permettersi di insegnare il baseball ad una vecchia volpe come il coach di un club scolastico!


Durante le gare, oltre agli atleti in divisa, in panchina è possibile scorgere tre figure ben distinte: il coach o capo allenatore, il buchō, cioè il responsabile scolastico del club, e la manager. Di quest'ultima si è già parlato. Ora passiamo ad analizzare gli altri due.


I personaggi: il coach (kantoku).
In altri tempi il ruolo di coach era sovente ricoperto dal professore di educazione fisica, oppure da un altro docente che si ritagliava del tempo per seguire gli allenamenti della squadra. Invece nei tempi recenti la figura del coach ha assunto un aspetto più professionale. Ora, di solito, vengono ingaggiati ex-giocatori di vari livelli, oppure ex-membri dello stesso club, che conoscono bene l'ambiente locale.


Ma quanto conta effettivamente la figura del coach nell'economia di una squadra di ragazzini? Nel baseball liceale giapponese moltissimo. Il ruolo del coach è predominante e fondamentale. Di base il baseball è uno sport in cui l'incidenza emotiva generata dalla sfida psicologica in campo è di gran lunga superiore a quella di molti altri sport. Spesso la mansione del coach si trasforma in un lavoro psicologico per cui è importante mostrarsi pazienti e parlare molto con i ragazzi, in particolar modo con i lanciatori.


Capita spesso che sia il coach a chiamare i lanci, a comunicare cioè la successione dei lanci con la quale la batteria affronta un determinato battitore. Durante la partita, ad ogni pausa, il ricevitore si volta verso la panchina ed attende istruzioni. Inoltre un bravo coach deve essere abile anche dal punto di vista istruttivo: è importantissimo insegnare la corretta meccanica di lancio ad un giovane pitcher, tenendo conto che si tratta del ruolo più soggetto ad infortuni a causa dei notevoli sforzi a cui sono sottoposti il braccio e la spalla. 


Naturalmente il concetto vale per tutti i componenti del club. Il giusto approccio verso i titolari (né troppo duro, né troppo morbido) ed una buona comunicabilità con i più giovani e con le manager, offrono il vantaggio di rilassare un ambiente già di per sé molto delicato, e che tende a agitarsi mano a mano che si avvicina il periodo delle eliminatorie.


La sostituzione di un battitore del lineup oppure l'avvicendamento di un ragazzo sul monte di lancio, il segnale di una smorzata (bunt) per rubare la seconda oppure di uno squeeze play in un momento topico dell'incontro, sono tutte chiamate di gioco spesso decisive che spettano solo e soltanto alla panchina. Nel bene o nel male la responsabilità ricade tutta sul coach. Le sue intuizioni tattiche influenzano la partita, spostano l'ago della bilancia a volte, brillantemente, verso la vittoria, a volte, maldestramente, verso la sconfitta.


I personaggi: il buchō.
In ambito sportivo scolastico, bu sta per "associazione, club", chō per "capo, leader". Quindi in pratica sarebbe colui che ricopre la posizione di leader del club, sulla carta superiore persino al coach. Il buchō non veste l'uniforme della squadra come il coach, ma d'estate è praticamente inconfondibile. Lo si può notare mentre freme in panchina, incravattato, con addosso un completo formale da lavoro, con o senza giacca, in pantaloni scuri e camicia a mezze maniche (o polo senza cravatta), e con l'immancabile cappellino del club ben calcato in testa.


Il buchō riveste il ruolo di rappresentante della scuola nelle manifestazioni ufficiali e funge da tramite tra la scuola e il coach, visto che quest'ultimo è spesso una persona proveniente dall'esterno che spesso non ha familiarità coi regolamenti interni. Il buchō funge pure da controllore del club. Sta a lui scongiurare le infrazioni al regolamento (allievi che fumano o bevono, atti ritenuti gravissimi e sanzionati in modo brutale dalla Federazione) ed episodi di violenza interni che potrebbero mettere a repentaglio la partecipazione della squadra alle competizioni ufficiali. Il buchō non è necessariamente un esperto di baseball, anche se spesso, impegni scolastici permettendo, riesce a ritagliarsi il ruolo di allenatore in seconda.


GIUGNO

A differenza della maggior parte degli studenti italiani, che possono godere di un'estate lunga e vacanziera, i coetanei giapponesi di fatto riposano (riposano per modo di dire) solo ad agosto. A giugno e a luglio le lezioni in classe proseguono regolarmente. L'aria all'esterno pare ferma, nemmeno uno spiffero, mentre l'umidità che rende appiccicose le camicie bianche, bagna le schiene e pezza le ascelle. All'esterno la pioggerella dello tsuyu (stagione delle piogge) si posa sugli ajisai bianchi ed azzurri. L'afa obbliga all'uso sfrenato del condizionatore in quasi ogni ambiente. Niente ombrelloni, niente gelati e niente musica. La vera colonna sonora dell'estate nipponica è composta dall'instancabile coro ritmato delle cicale. Di mare e di spiaggia, quindi, neanche a parlarne. Soprattutto, poi, se uno appartiene al club di baseball. Soprattutto se si è iscritto al club solamente da pochi mesi. E soprattutto se è già stato bollato come un rookie.


I personaggi: le matricole.
Anche nel baseball giovanile giapponese, seppur di rado, il termine rookie viene utilizzato per indicare i giocatori iscritti al primo anno. In pratica i quindicenni esordienti che provengono dalle scuole medie. E' una parola poco usata perché, a questo proposito, la gerarchia imposta dalla società giapponese basata sul tatewari (concetto cardine del tateshakai, la cosiddetta società verticale) aveva già coniato la parola kōhai, il cui significato, esteso per analogia anche al campo sportivo, oltre che a quello sociale, può essere interpretato come il collega più giovane, o lo studente più giovane.


All'interno del club di baseball, kōhai è un termine che talvolta assume delle marcate sfumature dispregiative, al pari dei nostri matricola, pivello e molto spesso inesperto o mezza cartuccia. 
In poche parole lo studentello sprovveduto che ha il dovere morale di rispettare gli anziani e perciò va messo in riga fin dal primo istante in cui mette piede nel club. 


Il segno di riconoscimento con cui viene marchiato un rookie è il nome vergato col pennarello sulla sua divisa bianco splendente. Mentre in quelle indossate dai sempai, sdrucite e segnate da due anni di duri allenamenti (e per questo invidiate dai kōhai), oltre al nome, sulla schiena spesso compare pure un bel numero appiccicato. All'interno del club la relazione sempai-kōhai si basa sull'immediata identificazione dell'allievo più anziano. Significa che coloro che si allenano da più tempo ed hanno quindi acquisito più esperienza, indipendentemente dal loro talento e dalle loro capacità reali, godono del diritto di precedenza su ogni cosa.


Inoltre è responsabilità dei sempai educare le matricole in maniera equa, evitando pericolose angherie che, se denunciate, potrebbero estromettere il club dalle competizioni ufficiali. Le matricole dovranno a loro volta soddisfare le esigenze dei membri anziani senza ribellarsi, rispettando sempre la precedenza. Per esempio, in un'ottica generale, il giovane rookie dovrebbe preparare le attrezzature per l'allenamento dei suoi sempai, salutare per primo, cedere loro il passo, allenarsi, riposarsi e bere solo dopo che gli anziani l'hanno fatto. 


Il gruppo degli anziani non pretende che le matricole facciano ogni cosa (ci sono già le manager che, per ruolo, si occupano di parecchie mansioni). Bensì esigono che queste rimangano al loro posto senza pretendere nulla, in attesa che la gerarchia compia il suo ciclo e l'ingenuo kōhai diventi a sua volta un sempai responsabilizzato. Tutto il sistema è regolato dal principio del mibun, il sistema dei diritti e dei doveri. Quindi, pressappoco, zitto, guarda e impara, che poi verrà anche il tuo turno. A meno che non tratti di una matricola dotata di qualità tecniche o atletiche fuori del comune. Ma in questo caso il giudizio spetta unicamente al coach, cioè l'unica persona in grado di far saltare questa rigida gerarchia. 


Tornando alle matricole normali, tutto il discorso implica una serie di compiti uno più faticoso dell'altro e la consapevolezza che rimarrà poco tempo da sfruttare per allenarsi. I kōhai trasportano avanti e indietro le casse pesanti con l'attrezzatura e provvedono a ripulire i cuscinetti delle basi. 


Inoltre sgombrano il campo dalle erbacce e dai sassi. Poi stendono il terriccio del diamante coi rastrelli di legno e riempiono le buche in corrispondenza delle basi con la terra contenuta nei sacchi di iuta. In caso di pioggia, ecco che arriva il lavoro più fastidioso: vanno asciugate le pozzanghere con delle grosse spugne assorbenti, in modo da permettere il regolare svolgimento dell'allenamento.


GIUGNO 
Arriva la stagione delle piogge.


Il cielo ha smarrito l'azzurro ed è coperto di nuvole. Il sole non riesce più a farla da padrone. Ad essere sinceri non si sta malaccio. Ma poi ricomincia a piovere. Siamo a metà giugno. E' arrivato lo tsuyu, la stagione delle piogge, che puntualmente prende possesso del cielo nipponico fino a luglio inoltrato. Un mese o poco più di cielo grigio, di nuvoloni onnipresenti. I giorni sono segnati da una situazione meteorologica incostante, le città e le campagne sembrano assediate da un pentolone che sbuffa in continuazione vapore.


Non si può determinare il momento preciso dell'arrivo dello tsuyu, poiché l'inizio e la durata dipendono dalla locazione geografica dell'area. Tuttavia nessuno in Giappone ha il minimo dubbio su ciò che significa in soldoni la parola tsuyu. In pratica una pioggia che cadrà quasi ininterrottamente per tre o quattro settimane e che si accompagnerà ad un tasso d'umidità a dir poco spaventoso. Quindi lo tsuyu consegnerà il Giappone all'afa. E l'afa, a braccetto con un'umidità in grado di raggiungere picchi del 90%, allieterà gran parte del paese per tutto agosto e continuerà a martoriarlo fino a settembre inoltrato.


Ma questo non comporta grossi problemi. Così come non creerà problemi il giocare all'una di pomeriggio di un giorno d'agosto, con una temperatura che sfiora i quaranta gradi. Allo stesso modo nessuno farà la faccia schifata se, al contrario, il campo sarà inzuppato d'acqua. E poi scivolare sul fango può rivelarsi divertente. 


Magari lo è un po' meno lanciare da una montagnola di terra coi piedi traballanti alla ricerca di terreno duro su cui poggiarsi. Ma i volenterosi lanciatori del baseball liceale non arricceranno il naso per questo. Lo slogan naturale del baseball è sole cercasi, poiché il baseball è uno sport che si nutre di sole. Il baseball detesta l'autunno, con i suoi venti freddi e le sue piogge abbondanti, poiché è la stagione che decreta inesorabilmente la sua fine. In questo periodo il baseball è nella sua fase calante, dopo essere sbocciato come un fiore a primavera ed essersi fatto ammirare per tutta l'estate su diamanti arsi e polverosi. Tuttavia in Giappone, pur essendo giugno inoltrato, nessuno nutre molta fiducia nel clima. Di certo non come nelle due prime settimane del mese, quando il tempo è ancora adatto alle corse, a sporcare i pantaloni di terriccio secco e ad inzuppare di sudore le casacche bianche d'allenamento. Capita che l'allenamento del pomeriggio o l'amichevole programmata siano a rischio a causa del maltempo. L'acqua sta cadendo da diverse ore. E' una pioggerellina fitta ed insistente che ha infangato il campo e che fa brillare le zone d'erba fradicie.


In questi casi, nel calcio si userebbe la tipica frase un terreno ai limiti della praticabilità. Quando si presenta un campo allagato, ognuno interverrebbe per dire la sua e i commenti che si potrebbero ascoltare sarebbero sempre gli stessi. Si gioca? Non si gioca? Ci riscaldiamo? E se cado e mi faccio male? Intanto cominciamo, poi vediamo come butta. No, io su questo campo mi rifiuto... Andiamo da un'altra parte? Mah, chi se ne frega, per oggi lasciamo perdere... Mai si udiranno frasi del genere, non se si tratta di una squadra di baseball giapponese.


Ciò che preoccupa sono le zone terrose in prossimità delle basi ed intorno al mound, che presentano aree squarciate da ampie pozzanghere? Un cenno del coach ed ecco che entrano in azione squadre di matricole, armate di grosse spugne e di catini, che iniziano ad asciugare il diamante. Come un motore silenzioso ed instancabile che lavora, lavora e lavora, senza mai brontolare. Qualcuno ripulisce i cuscinetti delle basi, qualcun altro aiuta ad asciugare la zona delle panchine.


E poi, chi vuoi che venga a vederci oggi che piove! Nemmeno questa la si sentirà mai. Il pubblico giapponese è un appassionato sostenitore di questo sport. Tra una goccia e l'altra, almeno un centinaio di spettatori si presenta puntualmente a godersi lo spettacolo, incurante dell'acqua che cade dal cielo. Tolte le tifoserie organizzate della scuola, quelli cioè che devono e vogliono esserci per principio, sugli spalti si accomodano soprattutto le mamme, i nonni e i fratellini (i papà non possono, perché lavorano...) i quali, nella cattiva e nella buona sorte, con la pioggia o col sole, sfidano le intemperie per incitare i propri beniamini. A questi si aggiungono amici, parenti, semplici curiosi ed infine i veri patiti del baseball, gli yakyū baka, quelli che non si perderebbero nemmeno una sfida tra scapoli ed ammogliati. Ci vuol ben altro che qualche goccia per togliere al Giappone la passione ultracentenaria che nutre per il baseball!

LUGLIO

Su Wikipedia si cita il nihonjinron (teorie sui giapponesi). Si dice che l'individuo nipponico tenderebbe a conformarsi spontaneamente con l'ordine delle comunità umane che lo circondano. Una tendenza identificata come gruppismo, che spiegherebbe l'alto livello di coesione sociale, il basso livello di conflittualità sociale, i sacrifici che il singolo è disposto a fare per il bene collettivo. I soggetti beneficiari di questa tendenza sarebbero, a seconda dei casi, la famiglia, la ditta, l'intera nazione... e ovviamente il club di baseball!

Il luogo: il gasshuku.
Per un club sportivo gasshuku equivale al concetto di training camp. La parola è composta dai termini gatsu, ideogramma che tra le altre cose sottintende una convergenza, un'unione, e juku, che indica generalmente l'alloggio. Quindi alloggiare insieme, in pratica andare in ritiro. Questo sistema permette ai ragazzi di migliorare l'affiatamento e li aiuta a rimanere più concentrati nel periodo che precede il torneo. 


Va specificato che il ritiro è ad appannaggio solo delle scuole di un certo livello, quelle cioè che possiedono dei dormitori dove alloggiare gli studenti o quelle che possono permettersi di affittare un hotel che disponga delle attrezzature adatte e soprattutto abbia un campo da baseball nelle vicinanze. Di solito i ritiri estivi non durano oltre i quattro, cinque giorni, ma alcuni si prolungano anche per una settimana. 


Obiettivo del ritiro è la preparazione fisica, con carichi di lavoro di 6/7 ore al giorno, con un occhio di riguardo sulla parte tattica. Il tempo è limitato e non va sprecato. Nulla viene lasciato al caso. Ognuno riceve una copia del programma giornaliero che va rispettato rigorosamente. Molti gli allenamenti individuali e di squadra da effettuare in un'unica settimana, con l'obbligo di non sprecare le preziose giornate, magari soleggiate, che potrebbero rivelarsi un autentico patrimonio tecnico e tattico nel proseguio dell'estate.


Quindi sveglia all'alba, tutti allineati e saluto marziale scandito dalle urla del capitano. A seguire l'immancabile serie di esercizi di riscaldamento, per risvegliare definitivamente le menti e gli occhi che reclamano ancora minuti di sonno. D'altronde in Giappone lo stretching mattutino lo fanno pure gli operai prima di iniziare a lavorare in cantiere. Figuriamoci degli atleti! Terminato il riscaldamento, tutti a fare colazione.


A proposito del riscaldamento mattutino: leggevo di una scuola di Tōkyō che si preparava in vicinanza di un tempio arroccato su un'altura. Ogni mattina sveglia alle cinque e mezza, stretching sotto la luce dei riflettori, quindi i ragazzi si facevano ripetutamente di corsa, sia in andata che in ritorno, i trecento scalini che conducevano all'ingresso del complesso religioso.


Un occhio al cielo ed uno al termometro, per verificare se il Dio del baseball ha concesso una giornata di sole. Una volta decisa la scaletta, la mattinata viene dedicata agli allenamenti individuali, soprattutto per migliorare i fondamentali in difesa e alla battuta. Le batterie, di solito, si esercitano a parte. Pranzo alle 12:00, riposino e poi di nuovo sotto con gli allenamenti. Se il coach ritiene che il programma della mattinata sia stato svolto in modo soddisfacente, la restante mezza giornata viene riservata ai kōhakusen o a qualche amichevole. Altrimenti di nuovo sotto con gli allenamenti individuali.


La cena è servita presto, non si sfora mai oltre le 19:00, come da consuetudine in Giappone. Poi c'è il bagno in vasca comune (l'ofuro) e, una volta rilassato il corpo, ecco che arrivano i meeting serali, le riunioni col coach per riconsiderare tutto il lavoro svolto e magari per guardarsi i video degli avversari più pericolosi. Insomma, un ritiro in piena regola, degno di una squadra di professionisti. 


La gerarchia non si sposta di un millimetro. In caso di gasshuku interno, rimanendo cioè tra le mura della scuola, i sempai manterranno comunque i loro privilegi e la loro stanzetta riservata. Durante le corse defatiganti, per quanto il clima possa essere rilassato, sono i sempai che guidano il gruppo e nessuno del secondo anno, né tanto meno le matricole, si sogna di superarli.


Durante i ritiri vengono disputati parecchi kōhakusen (letteralmente scontro tra rossi e bianchi). In pratica le partitelle in famiglia che qui sono considerate dei veri banchi di prova per decidere la formazione titolare. Pur indossando la stessa uniforme, le squadre si comportano come se fossero acerrime avversarie, poiché ben figurare in queste sfide fratricide potrebbe portare in dono una maglia con stampato sulla schiena l'agognato numero. Quindi nessun ragazzo si sogna di prenderle sottogamba.


Capita che gli Old Boys, gli ex-allievi, si aggreghino per sostenere i ragazzi e soprattutto per dare una mano al coach in qualità di supervisori degli allenamenti individuali. Gli O.B. sono mossi dalla fedeltà per la squadra che li ha svezzati. Da queste parti l'attaccamento alla propria scuola superiore o alla propria università è una consuetudine e diventa motivo d'orgoglio personale da ripagare con affetto e dedizione alla causa. Gli striscioni di incoraggiamento che si notano a bordo campo di solito vengono finanziati da personaggi legatissimi alla squadra. Quello più gettonato è, manco a dirlo, Mezase Kōshien (puntate al Kōshien).


Anziché su un ritiro in vista di una competizione imminente, alcune scuole preferiscono concentrarsi sulla preparazione fisica e mentale rivolta alla stagione successiva. Quindi posticipano il gasshuku di circa un mese, organizzandolo quando i sempai del terzo anno si sono congedati e bisogna ricreare il giusto amalgama nel club. 
Si tratta di un momento topico della stagione, durante il quale la squadra si trova composta da due entità che fanno fatica a convergere e ad interagire. Da una parte ci sono le matricole entranti, un gruppo di ragazzini timidi e preoccupati dall'ambiente scarsamente familiare. Dall'altra ci sono i vecchi del secondo anno, un gruppo di ragazzi preoccupati dall'imminente nomina a sempai , grado che comporta un aumento smisurato di responsabilità soprattutto morali. Questo genere di ritiro postumo di solito cade a metà agosto, quando il torneo estivo è terminato e i giochi sono fatti, e punta a formare il giusto spirito di squadra indispensabile per affrontare la nuova stagione.
Di qualunque tipo essi siano, i ritiri si svolgono quando ormai nell'aria si respira odore di baseball, quando i campi bagnati dalla pioggia di giugno o quelli polverosi d'agosto hanno già provveduto a sporcare le divise dei giocatori. Tante belle macchie su una casacca bianca da ripulire giorno dopo giorno. Anzi, da far ripulire alle manager. Macchie tuttavia necessarie per valutare pregi e difetti di ogni singolo. Tutto lavoro sulle spalle del coach, che dovrà via via raffinare la pietra grezza fino ad ottenere un valido gioiellino di baseball.

LUGLIO

La concentrazione innanzitutto. L'abilità di tener fuori dal diamante le distrazioni è un ottimo grimaldello in grado di aprire le porte di quel paradiso chiamato gioco del baseball. D'altra parte, un'ottima tenuta atletica ed una preparazione tecnica adeguata aumentano di molto le possibilità di impadronirsi di quel grimaldello, che altrimenti, da solo, faticherebbe a girare nella serratura.

Gli allenamenti


In una cornice apparentemente rilassata e traboccante di sano agonismo, agli ordini dell'inflessibile coach, la schiera di ragazzi del baseball si sottopone a ripetute sedute di allenamento, cercando di non sprecare nemmeno uno dei minuti che la scuola e lo studio mettono a disposizione.


I campi polverosi in terra battuta ed arsi dal sole, le palestre illuminate al riparo dal maltempo, persino i corridoi della scuola: ogni ambiente vagamente a una misura d'uomo è utile per cimentarsi con guantoni, mazze e palline.


Se la giornata è uggiosa o magari la palestra è temporaneamente occupata dal club di basket o da quello di pallavolo, ecco che i corridoi della scuola si trasformano negli spazi ideali per affinare la tecnica ed esercitare i movimenti in tutta tranquillità, senza essere disturbati da nessuno!


Ogni momento è buono per irrobustire braccia, gambe ed addominali, mettendo alla frusta la propria resistenza. I cento o più soburi (swing) quotidiani diventano una consuetudine scontata per i battitori, alla pari del giretto defatigante di campo prima della doccia. Mentre la voglia di familiarizzare col tocco di palla spinge alcuni lanciatori a rigirare di nascosto la pallina fra le mani, simulando le prese per le curve (kaabu), le forkball (fōku) o le knuckleball (nakkuru), persino durante le lezioni del mattino.


Battitori infaticabili, assistiti dalle manager o dalle matricole, svuotano casse ricolme di palline scagliandone il più possibile contro le recinzioni circostanti, oppure contro la rete verdognola di protezione che cinge il box di battuta. Le quattro fasi in cui si può scomporre una battuta, attesa, passo, giro di mazza e follow-through, vengono ripetute all'infinito e nel modo più scrupoloso possibile. Per potenziare lo swing, al posto delle mazze, ci si serve di pesanti sbarre di ferro oppure di lunghe aste di gomma. Dopo gli allenamenti non è raro che i ragazzi più scrupolosi, o i più insicuri, si rechino al batting center vicino per un supplemento di esercizio che chiude in bellezza la giornata.


Il resto lo si impara sul campo, lì dove gli imprevisti, l'emotività e le difficoltà tecniche e di coordinazione inducono sovente all'errore. Ma allo stesso tempo il campo rimane un luogo che sa ricompensare coloro che non si danno mai per vinti. Quindi è necessaria sempre la massima concentrazione.


Non si arriva ai livelli delle imbracature molleggiate di "Tommy la stella dei Giants", ma non si è nemmeno troppo lontani dagli occhi fiammeggianti e dallo spirito passionale che tanto ci divertivano in quella serie. Quello stesso spirito passionale che consente di caricarsi il compagno in spalla per poi scarrozzarlo fino in cima alla scalinata di pietra. Il motto I vincenti non sono coloro che non falliscono mai, sono coloro che non si arrendono mai! è proprio l'ideale per i ragazzi del baseball.


Restando in tema di motti, quello che invece recita che l'importante è partecipare, tanto caro al De Coubertin, a voler essere realisti, non apparterrebbe alla cultura di questa parte del mondo. Sia chiaro, non si tratta di professionisti e nessun coach si sognerebbe mai di condannare un ragazzino per una sconfitta, per una battuta sbagliata o per un qualunque altro errore. Piuttosto si potrebbe risentire per la cattiva interpretazione di una tattica o di un segnale proveniente dalla panchina, e soprattutto per lo scarso impegno. Gli episodi di violenza che talvolta accadono all'interno di un club, sono spesso causati dai metodi spicci che il coach o i sempai adottano per spronare gli interessati a sputare sangue e dare sempre il massimo.


Nel complesso l'allenamento è impostato per migliorare i cinque fondamentali che compongono la fase difensiva e quella offensiva del gioco del baseball. I primi due fondamentali, considerati difensivi, sono rappresentati dalla presa e dal tiro (o rilancio) della pallina. Di norma vengono affinati con degli esercizi denominati knock (nokku) e catch ball (kyacchi bōru). Quest'ultimi si suddividono a loro volta in esercizi di prese al volo (furai) e prese di palline rotolanti (goro). 


Il knock è complementare al catch ball e prevede la ricezione di una serie ripetuta di battute effettuate dal coach o dai sempai da una distanza variabile e soprattutto in modo casuale. E' un esercizio utilissimo per sviluppare i riflessi poichè costringe a mantenere sempre viva la concentrazione sulle palle rimbalzanti e a non fidarsi mai del terreno.


Il terzo fondamentale è rappresentato dal lancio (tōkyū) ed è ovviamente una peculiarità del pitcher di ruolo. I lanciatori dovranno cercare di raggiungere un'autonomia tale da riuscire a coprire senza cedimenti fisici almeno per il 90% della durata di una partita.


Dopo aver formato le batterie, i pitcher eseguono una serie di lanci secondo delle combinazioni prestabilite, cercando di migliorare l'intesa e l'affiatamento coi rispettivi ricevitori.


La corsa sulle basi che avviene successivamente alla battuta rappresenta il quarto fondamentale. Considerata la potenza limitata di parecchi giovani, che preclude a molti la possibilità di battere dei fuoricampo, si cercano di perfezionare soprattutto le fasi di gioco di hit & run, di bunt e di rubata.


Il quinto fondamentale è rappresentato dalla battuta. Come già accennato, a questi livelli, imparare bene ad eseguire un bunt (smorzata) può risultare decisivo durante gli incontri. Anche per questa ragione un occhio particolare viene riservato agli scatti e alla velocità, dote indispensabile per raggiungere salvi la prima base o rubarne una successiva.


Il programma non si rivolge esclusivamente al perfezionamento della tecnica. Come in tutti gli sport degni di questo nome, il lavoro con mazze, palline e guantoni va prima integrato con quello che riguarda la preparazione fisica.


Chi legge manga o si diletta con qualche anime che tratta di baseball, li avrà senz'altro notati: sto parlando dei vecchi copertoni d'automobile e degli svariati usi che ne fanno i coach per temprare i fisici dei loro ragazzi.


Si tratta di un metodo casereccio e molto proficuo per testare la resistenza dei giovani atleti. Il vecchio copertone viene usato pure dai battitori i quali, dopo aver volteggiato la mazza nel vuoto (batto suburi), hanno la possibilità di saggiare la percezione che questa trasmette durante l'impatto. Un altro sistema artigianale consiste nel colpire dei vecchi palloni da pallavolo lanciati da breve distanza, con una sottile sbarra metallica di due chili. Mi spiegavano che l'avambraccio anteriore, abituandosi a gestire quel peso aggiuntivo, evita di abbassarsi pericolosamente e ciò facilita la torsione del busto nella fase di stride.


E' superfluo sottolineare che prima dello svolgimento del lavoro tecnico, il fisico debba essere adeguatamente riscaldato e potenziato, così come la muscolatura, con ripetuti esercizi di stretching.


Il carico di lavoro aumenterà progressivamente per tutto il mese di luglio. Molto usate sono le fasce elastiche (gomu bando) per irrobustire le spalle e i gomiti.


In Giappone si dice che il lanciatore vada educato prima nella parte inferiore del corpo. Ma non si riferisce necessariamente al potenziamento delle gambe o al perfezionamento della fase di caricamento, bensì del senso d'equilibrio necessario per compire una torsione la più efficace possibile.


Per migliorare il bilanciamento del corpo spesso ci si allena a rimanere in equilibrio su di una trave rivolta perpendicolarmente verso casa base. Mi spiegavano che il lanciatore dovrebbe raggiungere un punto tale d'equilibrio da riuscire a roteare sul mound senza sforare un ipotetico spazio largo una decina di centimetri! In pratica la stessa ampiezza di una trave da ginnasti. Sono esercizi che vanno effettuati in molto ragionato, cercando di concentrarsi il più possibile sull'obiettivo e non sul piano d'appoggio. A calcio quelli coi piedi spigolosi li mandano a tirare pallonate contro un muro. Nel baseball hanno escogitato un altro metodo: il pitcher mostra una scarsa capacità d'equilibrio che influisce sulla fase di lancio? Via di corsa sulla trave!


E' utile abbinare all'esercizio d'equilibrio anche quello di shadow pitching, che consiste nel simulare il lancio stringendo nella mano un asciugamano o una racchettina. Oppure tenendo la pallina con la punta delle dita. Si tratta di una pratica fondamentale per controllare al meglio la fase del rilascio della pallina.


Mi raccontavano pure di un gioco utile ad affinare la tecnica di lancio che i papà giapponesi facevano spesso quand'erano ragazzini. Una lattina posta su una cassetta e poi via, a lanciargli addosso senza pietà cercando di abbatterla. Un modo semplice per prendere confidenza con l'attimo giusto del rilascio della pallina.


Ora il metodo si è leggermente evoluto. La lattina è stata sostituita da una pallina appoggiata su un tubo verticale. Ma il concetto è lo stesso. Col tempo ne gioverà non solo il release point, ma pure le traiettorie e gli angoli. Si è convinti che in questo modo il ragazzo possa individuare i pregi e i difetti dei suoi lanci straight, inside e outside. Dopo una settimana di allenamenti, l'obiettivo prefissato sarà quello di abbattere la pallina entro un massimo di quindici lanci. Se si supereranno i venti lanci vorrà dire che c'è ancora qualcosa da limare.


Lo stesso strumento potrà essere usato per allenare i battitori. In questo caso si renderà necessaria l'assistenza di un compagno per bloccare la base del tubo. Anche se l'amico correrà il serio rischio di prendersi una pallata in faccia.


A proposito di palline in faccia. Quando allena i battitori, il lanciatore di turno spesso indossa una specie di maschera protettiva che dovrebbe evitargli il rischio di beccarsene una in faccia.


Se i lanciatori sono tutti impegnati con le rispettive batterie, ecco che arriva in soccorso la pitching machine, la macchina spara palline, nelle versioni automatica oppure a caricamento manuale. Tuttavia è un lusso che non tutte le scuole possono permettersi.


Ma non si allenano solo gli atleti. A poca distanza, su uno spiazzo adiacente al ground, le cheer leaders provano e riprovano a piedi scalzi le coreografie, accompagnate da uno stereo che irradia la musica delle marcette più popolari.


A luglio, in vista del torneo, nulla è lasciato al caso e gli allenamenti riguardano proprio tutti! Persino gli arbitri i quali, indossati cappello e divisa d'ordinanza, guidati da un responsabile del settore, si riuniscono in spazi indoor per esercitarsi sulle chiamate di gioco.


Ma la teoria da sola non è sufficiente. Così, a ridosso dei primi turni di qualificazione, gli arbitri designati vengono invitati dalla Federazione ad arbitrare dei finti incontri durante i quali vengono simulate tutte le fasi di gioco possibili. Nulla è lasciato al caso. In Giappone l'organizzazione non è affatto un'opinione.

LUGLIO


Dopo tanti sforzi e qualche giornata triste, ecco che il clou si avvicina davvero. In momenti come questi si procede con benzina speciale arricchita d'entusiasmo. Quella benzina che permette di compiere accelerazioni da gigante e fa sopportare meglio le difficoltà e lo stress. Per alcuni si è aperto un mondo nuovo. La fanno da padrone l'incoscienza della prima volta e l'attesa eccitante di poter salire sul carrozzone. Ma a nulla ed a nessuno verrà concesso il tempo per fermarsi.


Perché quello del baseball liceale giapponese è un universo a sé, molto particolare, che fa crescere più in fretta l'individuo e che lo responsabilizza prima. Che può far raggiungere mete importanti e che può materializzare i sogni quando si è ancora giovanissimi, mentre i coetanei sono presi da tutt'altre cose. Gli eventi a venire, anziché i successi, potrebbero facilmente generare profonde frustrazioni. Non tutto sarà perso comunque, perché anche se il sogno non si avvererà, questa rimarrà comunque una tappa fondamentale nella vita del giovane giocatore di baseball. Una tappa che, se conclusa in modo vittorioso, piomberà sulla vita del diciottenne e gliela rivolterà, stravolgendogliela completamente.


Ed ecco gli oggetti mistici che sono in grado di materializzare questo bellissimo sogno. Innanzitutto il bandierone della vittoria, appesantito dai nastrini coi nomi di tutte le partecipanti al torneo finale, che verrà gelosamente conservato nella teca d'onore della scuola (o, nel peggiore dei casi, nell'ufficio del preside...), in modo che ogni studente possa ammirarla orgoglioso.


Il successo che arriva all'improvviso, le spalle gravate da una pressione improvvisa, difficile, che piomba sul ragazzino inconsapevole. Ricevere dalle mani del Presidente della Federazione il grande vessillo rosso durante la cerimonia di premiazione al Kōshien estivo (oppure quello color porpora che premia la scuola vincitrice a primavera), i discorsi e le interviste a fine gara, la sfilata davanti a cinquantamila persone, la diretta televisiva nazionale, le prime pagine dei giornali. Una vittoria così non ha prezzo!


A completare la terna degli ambiti trofei c'è pure il grande piatto dorato (anche se qui lo chiamano tate, cioè scudo), di norma offerto dal quotidiano nazionale che sponsorizza la manifestazione. Un piatto d'argento verrà donato pure ai secondi. Magra, magrissima consolazione per essere arrivati ad un passo dal paradiso prima di essere risbattuti giù.


Il sorteggio. 
Le prime avvisaglie di questo preludio eccitante ed incerto le si avvertono il giorno del sorteggio, quando vengono composte le griglie degli incontri delle eliminatorie regionali.Il capitano delegato e la manager si presentano ad un orario prestabilito al centro comunale e prendono posto nell'ampia hall insieme alle delegazioni provenienti da tutta la prefettura. L'atmosfera è ancora rilassata. Ciò che si avverte è soprattutto un senso d'orgoglio. L'orgoglio di far parte di una grande, appassionata comunità qual'è quella del popolo del baseball giovanile. L'orgoglio di essere parte attiva dell'avventura che sta per cominciare. Intendiamoci, non si tratta snobismo di chi pensa di far parte di un mondo esclusivo. Non è l'orgoglio prevaricatore ed arrogante di chi ha la fortuna di praticare sport in scuole facoltose. E' invece l'orgoglio di chi fa parte di una comunità ricca di valori maturati nella sua storia e consolidati nel tempo da tutti coloro che ne hanno fatto parte. Ciò include tutti, pure i più deboli, i meno abili, coloro che sanno già di partire sconfitti e i ragazzi consapevoli che la scuola non potrà offrire loro delle valide opportunità sportive.


Torniamo al sorteggio. Vengono stabilite in anticipo le teste di serie, che andranno a comandare ogni blocco e che dunque non potranno incrociarsi prima degli ottavi di finale. Ogni capitano si alza a turno dalla propria sedia, si avvicina al microfono e si inchina di fronte ai presenti, salutandoli in qualità di rappresentante del suo club. Quindi si avvicina al box di legno, vi infila la mano ed estrae un bigliettino numerato che indirizzerà il suo club in un blocco piuttosto che in un altro. Col passare dei minuti il tabellone comincia a riempirsi di nomi che si incrociano tra loro, tracciando percorsi e combinazioni che scalano idealmente sempre più su, verso l'agognata finale.


In alcuni casi i bigliettini piegati non sono inseriti in un'urna, bensì stanno capovolti ed allineati in bella vista su una grande tavola posta in prossimità del palco. I capitani si avvicinano e si mettono a fissare esitanti le lunghe file anonime. Prima di allungare la mano alcuni prendono tempo, simulando una scelta ponderata. Da questa procedura silenziosa potrebbe dipendere il successo della loro squadra. Il destino potrebbe offrire degli incroci abbordabili ed indirizzarla verso una strada in discesa, piuttosto che metterla di fronte ad un avversario di grosso calibro, che quella strada gliela sbarrerebbe inesorabilmente.


Consegnato il bigliettino estratto al responsabile della Federazione, questi lo legge ad alta voce e quindi consegna al capitano la placca col nome del suo club, che verrà affissa sul grande tabellone che visualizza l'intero torneo. In corrispondenza della posizione assegnata sono riportati il giorno, il luogo e l'ora d'inizio della partita.


Al termine del sorteggio la hall è un trionfo di sguardi. Occhi silenziosi che guardano intorno, occhi smarriti che si incrociano, altri invece che si scrutano, curiosi, attenti, spesso sfuggevoli. I sorrisi sono solamente abbozzati mentre scivolano via gli in bocca al lupo di routine, pronunciati senza convinzione. Si intuisce già il clima partita. Non prima però che il capitano si sia concesso ai fotografi per la rituale stretta di mano con il rivale.


Smaltita la sbornia emotiva procurata dall'incertezza del sorteggio, ecco che il primo pensiero torna alla squadra, ai compagni e al coach che sono rimasti al club in attesa di notizie. Fino ad una quindicina d'anni fa, una volta terminata la cerimonia del sorteggio, si formavano lunghe code davanti ai pochi telefoni pubblici disponibili. Gli studenti eccitati si avvicendavano velocemente agli apparecchi verdi con la loro scorta di monete da dieci yen, ansiosi di comunicare le novità ai propri compagni. Mahimè, al giorno d'oggi questa prassi tradizionale che veniva sempre immortalata da stampa e televisione ormai non si vede più. E' stata soppiantata dalla tecnologia. Ora coi cellulari è tutto più immediato e soprattutto più anonimo.


Gli amuleti.
Gli amuleti, oggetti fatti di diverse sostanze, portati o indossati, che servono a proteggere da influenze maligne e da nemici visibili ed invisibili, preziosi alleati che curano la paura e permettono di liberarsi da quelle fobie che sono all'origine di un karma negativo. Rientrati alla base, i ragazzi si preparano per il gekireikai (cerimonia d'incoraggiamento) durante la quale parenti e tifosi consegneranno loro gli tsurumoji (letteralmente caratteri della gru). Si tratta di manufatti composti da tante gru (tsuru) di carta piegata detti  orizuru. Serve molta pazienza per prepararli. A volte necessitano uno o due mesi di lavoro costante. In un primo tempo vengono piegate le gru utilizzando sottili fogli di carta di svariati colori (almeno un migliaio). Quindi vengono intrecciate tra loro a seconda del colore in modo da comporre un disegno oppure una scritta di buon auspicio che possa incoraggiare e proteggere i giovani atleti durante il torneo. Spesso è l'allenatore che suggerisce il tema o la parola chiave, magari riprendendo il motto di inizio anno nel nome del quale i giovani si sono allenati senza risparmio. Questi tsurumoji di solito vengono appesi all'interno della panchina durante le gare o vengono tenuti in bella evidenza dalla tifoseria sugli spalti.


Oltre agli tsurumoji vengono realizzati pure i senbazuru, grappoli cadenti di piccoli origami a forma di gru legati ad un'asta. Ma in questo caso il significato è più profondo: infatti la tradizione vuole che, di volta in volta, la scuola perdente affidi il proprio senbazuru a quella vincente. Quindi, turno dopo turno, le gru dei perdenti e le loro speranze svanite andranno ad accumularsi nelle mani dei vincitori fino a giungere in finale, divenendo così il simbolo cumulativo dei sogni di tutti i ragazzini di quella prefettura. Perchè proprio la gru? Perché, come recita il vecchio proverbio, "tsuru wa sennen, kame wa mannen" (pressappoco "la gru mille anni, la tartaruga diecimila"). La gru sarebbe di buon auspicio contro le malattie e favorirebbe la longevità. In pratica, se si intrecciano mille gru di carta, i desideri potrebbero avverarsi. Provarci non costa nulla. Ma attenzione a non piegare il collo della gru di carta, altrimenti la sfortuna si abbatterà su di voi e le vostre speranze svaniranno nel nulla!


Sulla stessa lunghezza d'onda stanno gli omamori, i sacchettini protettori di stoffa che al loro interno hanno un foglietto di carta o un pezzettino di legno sui quali sono incisi delle preghiere o degli ideogrammi che ne indicano lo scopo. Il verbo mamoru sta per proteggere, omamori è pressappoco L'onorevole protettore. Ed è proprio questo il suo compito, cioè scongiurare la sfortuna e magari aiutare il portatore a realizzare ciò che più desidera. Gli omamori vengono legati al collo a mo' di catenina, mentre quelli più ingombranti o voluminosi vengono fissati alle borse d'allenamento o più semplicemente appesi ai cellulari. Restando in tema di baseball, a giugno, dalle parti dei licei, si suppone che gli omamori possano diventare degli ottimi rimedi psicologi per gli atleti, soprattutto in vista del torneo.


Per capirci l'omamori è quell'amuleto che, nel manga "Touch" la signora Uesugi confezionò per il figlio Kazuya, ma che l'altro figlio, Tatsuya, non riuscì a consegnare al gemello durante il fatidico pomeriggio assolato che fece da sfondo alla finale di prefettura. E poi andò a finire male. D'altronde in Giappone sono convinti che un omamori non sia un semplice porta fortuna, ma un vero e proprio schema energetico in grado di attirare e gestire le energie positive per le quali è stato concepito. Inoltre guai ad aprirlo, si rischierebbe di incorrere nell'effetto opposto!


Ovviamente agli atleti non è consentito indossare amuleti o collanine fatiscenti durante la partita, a meno che questi non vengano sapientemente nascoste sotto l'uniforme o infilate nella tasca posteriore dei pantaloni. Coloro che non se la sentono di portarli addosso, magari per paura di perderli durante l'incontro, si accontentano di vergare col pennarello nero la parte interna della visiera incurvata del cappello, ricopiando la stessa scritta propiziatrice cucita sullo omamori. Altro discorso per i panchinari e la tifoseria, che sfoggiano con orgoglio i loro manufatti, a volte più di uno.


Leggevo di due manager le quali, di buona lena, nella settimana precedente il torneo estivo dello scorso anno, cucirono e confezionarono la bellezza di 70 pezzi, tanti quanti i membri della squadra, lavorando ogni giorno fino a notte fonda. Ognuno degli omamori recava da una parte il nome del ragazzo e dall'altra una frase inneggiante allo spirito passionale del club. Purtroppo non ricordo il nome della squadra e quindi non posso verificare che fine abbia fatto quell'incredibile accumulo di energie positive. Di recente vanno molto di moda gli omamori con le sembianze di un pupazzo di stoffa vestito da giocatore di baseball, con tanto di cappello e numero sulla schiena. Ma essendo di difficile fattura, leggevo che al massimo ne vengono confezionati tanti quanti il numero dei titolari. Quindi, nel migliore dei casi, non più di diciotto.

Nessun commento:

Posta un commento